“Il destino di Robespierre” il racconto di Paolo Rotilio

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“Il destino di Robespierre” il racconto di Paolo Rotilio

                                                                          “Passante, non piangere la mia morte. Se io fossi vivo tu saresti morto”   (Maximilien de Robespierre)

 

La schiena della Questura si poggiava dolcemente sui Pozzi. Cinque finestre in verticale, diritte come fusi una sopra l’altra, sembravano reggerne l’intero scheletro, come prolungate vertebre di cemento e pietra pronte a schiudersi e liberarne lo sguardo verso il basso.

Verso i Pozzi, appunto. Meravigliosi bassifondi di dignitosa povertà, che il maresciallo Bonaloni Ernesto, in pieno e coscienzioso servizio, da lì ammirava, tra soddisfazione ed amarezza. Non faceva, infatti, mistero di gradire quelle stradine simili a minuscoli budelli, le discese ardite e le risalite. Secche ed improvvise, fino alla serie degli antichi archi (le ‘orde, cioè le Volte) che ne concludevano il percorso in uscita, fino ai palazzi dei signori.

Non poteva però negare che quella stessa apprezzabile forma architettonica (le Volte) fosse un ricettacolo di sporcizia e di odori non proprio piacevoli. Dove si alzava il respiro misero di quelle case misere, della gente misera quanto numerosa che le abitava. Sempre con una singolare fierezza. Si ricordava perfettamente di Scoppolitto (nickname che perfettamente fotografava l’insieme formato dalla coppola sempre più bisunta incargata sul capo e la ridottissima statura dell’uomo) che a forzato digiuno da almeno un giorno gli disse con orgoglio: “Non te preoccupa’, Marescià, ieri sera mi sono mangiato la fame!” Non sorprendente, per Bonaloni. Conosceva alla perfezione quelle persone, una ad una. Mai un litigio, Mai un furto. Mai reati più seri. Dai tempi che furono, nei Pozzi era caduta prima di ogni altra cosa l’onestà, restandovi sempre a galla, come una luna eternamente che vi si rispecchiasse. A dispetto di tutto.

L’unica  eccezione era Arduino Marinozzi, in arte Robespierre. L’origine del nomignolo era presto spiegato: era un Infallibile tiratore di teste (di polli) ed altrettanto spietato tagliatore di capocce, sempre di polli, qualora la richiesta del cliente avesse superato in crudeltà l’offerta mercantile di integra consegna del prodotto finito. Proprio nel senso di morto. Kaputt, dead, finish. In fondo si trattava solo di commercio, essendo Robespierre socio, per l’esatta metà, della premiata ditta Marinozzi&D’Antonio, specializzata nella vendita diretta di pollame ed affini, quaglie comprese che il suddetto Robespierre letteralmente odiava dovendo venderle ancora ben animate e, quindi, ben complete di testolina. Circa la pronuncia, andava sottolineata una peculiarità tutta reatina: andava dichiarata per intero, altro che Robspier! Robespierre, si diceva. Ben scandito, sillaba dopo sillaba. Fino alla consonante finale, da rimarcare alla grande.  Non si scartava davvero nulla, in città. Figuriamoci laggiù ai Pozzi.

Circa la sorte benigna riservata alle quaglie, gli sembrava una cosa folle. Che diamine, c’era pur sempre lui pronte a stenderle, a tiracchiare quelle testoline così piccole. A smontarle quasi come un Lego o un meccano di carne. Con un temperino o poco più. Invece, niente. Il primo fiero oppositore era proprio l’altro socio D’Antonio (neanche lontano parente del Vito piluruscio, brigadiere e collega di PS di Bonaloni Ernesto) che aveva più volte mostrato di non gradire tale pratica. Preferiva, anzi, utilizzare un metodo “rivoluzionario”, collocando le stesse quaglie in scatoline di cartone traforato. Eleganti e piacevoli a vedersi. Qualche volta anche colorate, per la felicità dei più piccoli. A prescindere dalla fine che in ogni caso quelle quaglie avrebbero prima o poi incontrato.

D’Antonio, il “rivoluzionario”, Il cui nome di battesimo, Edmond, lasciava intuire lontane, davvero lontanissime vere origini transalpine. Ne usciva infine fuori un EdmondD’Antonio da pronunciare tutto anch’esso unito e d’un fiato fino a quando il suono si tramutasse nel francesizzante Edmomondantòn, di sicuro più musicale ma anche risonante come aperta sfida al Robespierre sabino.

Metodi sanguinari e soldi a volontà. Quel mercato, collocato sopra un minuscolo rilievo posto sulla piazzetta dei Pozzi, era in fondo una miniera d’oro. Da tutta Rieti, nel fine settimana, vi giungevano centinaia di persone ad acquistare polli, tacchini, galli (perlopiù senza  capoccia) e quaglie, di testa ancora fornite. Tra questi clienti, anche Bonaloni Ernesto che abbinava al “piacere” dell’acquisto quello di passeggiare lungo i Pozzi, percorrendoli praticamente per intero, fino al loro cuore (appunto, la Piazzetta).

Usciva di soppiatto da una porticina in metallo, più o meno all’altezza del fondo schiena della Questura di Rieti. Divertendosi anche ogni qualvolta che, a metà esatta del tragitto, imboccava per puro diletto una ridottissima via laterale (del Torontone) che, dopo essersi limitata a circumnavigare una abitazione per un totale di una cinquantina di metri, si  riduceva alla sua uscita in Vicolo! (sempre del Torontone). “Mah! Un vero mistero della topografia!” Pensava ogni volta Bonaloni, prima di riprendere la via maestra verso il mercato.

Per ragioni di servizio, il maresciallo giungeva sul posto, sempre sull’imbrunire. Estate, autunno, primavera ed inverno che fosse. C’erano, in verità, anche un paio di motivi in più a sostenere questo suo ritardo. Innanzitutto perché quella calca rumorosa in un posto, come i Pozzi, dove il silenzio era pressoché di casa, gli dava non poco fastidio. Gli sembrava quasi che quel frenetico vociare rubasse un po’ di anima genuina a quel posto, prima di restituirgliela, senza porgere minimamente scusa.

Lì, proprio vicino alla Piazzetta, Bonaloni riusciva poi a bearsi anche per un’altra ragione. Vi aveva conosciuto, anni prima, la sua Carla. Abitava, quella ragazza, proprio in fondo, in quelle ultime case, prima della spianata verso il Velino. Sentì di amarla subito e per tutta la vita l’avrebbe amato. Qualsiasi cosa fosse accaduta.

Bonaloni, in particolare, aveva una sana passione per i polli nostrani. Era stato costretto a metterla un po’ da parte dopo l’avventura di qualche mese prima che lo aveva opposto al Lupo mannaro della Piana, quando con il suo amico Asvero Giovannelli si erano abbuffati di tutte le galline rimaste vittime del “licantropo”, cucinandole in 33 modalità diverse. Ora, però, eliminato il cosiddetto disgusto da riproposizione, si sentiva finalmente pronto a tornare a gustare un bel polletto arrosto con le patate di Leonessa come contorno altrettanto prelibato.

In verità, era necessario essere un pochino privilegiati. Nel senso che la ditta Dantòn/Robespierre garantiva anche una sezione elìte dei propri prodotti. Alla massa no. A questa veniva venduto il pennuto da batteria, dell’allevamento ospitato lungo le pareti di un rifugio anti aereo della II guerra mondiale, che i due commercianti avevano in pratica (abusivamente) requisito per intero in attesa che il demanio si accorgesse, chissà e chissà quando, di tale scippo; ai clienti doc veniva, invece, riservato il pollo da cortile, libero di scorazzare all’aperto fin dove il pendio terminava a ridosso delle antiche, vere mura romane, ed esclusivamente nutrito con una pappa speciale, a base di mais fermentato, di cui solo Robespierre conosceva l’antica formula.

A volte,  il maresciallo si vergognava anche un po’ di questa condizione. Ma, in fondo, era un imbarazzo che durava davvero poco: non è che glielo regalassero quel pollo! Lo pagava, anzi, ben salato, esattamente il doppio (mille lire) rispetto al pollame proletario. Quindi, tutti contenti. Contenti tutti? Non proprio.

Dantòn e Robespierre litigavano, infatti, sempre più frequentemente. Su ogni argomento, compresa la gestione del reparto nostrano, che per il primo andava esteso al popolo, ed a prezzi di certo più contenuti.  C’era poi, immancabile il discorso “cresta”, che non si riferiva esattamente a quella naturale dei polli.

La questione riguardava più specificatamente i “trattenimenti” (di denaro ovvio) che i due commercianti si rinfacciavano sempre più di continuo l’un l’altro. Robespierre, ad esempio, aveva introdotto una percentuale fissa dell’1% a proprio favore per la sua esclusiva mansione di “decapitatore”;  Edmondantòn del 2% per le consulenze esterne (nuovi contratti/forniture) e di intrattenitore, soprattutto per i bambini, durante le attese che prevedevano gli acquisti da parte dei loro genitori. Extra, ovviamente, non reciprocamente riconosciuti dai due contendenti; da qui il termine “cresta” con accuse incrociate e sempre più infuocate, di rubare, entrambi, in casa propria.

Bonaloni ci aveva anche provato, invitandoli a sedere intorno ad un tavolo, e definire una volta per tutte le spartizioni dei proventi. Nulla da fare. Nessun accordo. Si procedeva così, con “trattenimenti”, diciamo così, a personalissima discrezione che, variando in pratica di giorno in giorno, avrebbero di sicuro portato i due allo scontro finale. Sarebbe stato solo sul filo dei conti? Si sarebbe giunti ad un chiarimento fisico? Alla fuoriuscita dell’uno o dell’altro dalla ditta? Allo scioglimento dell’azienda? Solo il buon Dio poteva saperlo. Bonaloni era solo a conoscenza che qualche minaccia tra i due era volata ben più in alto delle capacità aeree dei pollastri. Robespierre con la sua classica minaccia: ”Prima o poi ti taglio la capoccia!”, Edmondantòn con un più sofisticato e caravaggesco “Medusa!”, che in fondo significava la stessa cosa. Una fissazione.

Quella sera, Bonaloni era rimasto l’unico cliente, per quanto privilegiato. Il buio era sceso sugli interi Pozzi, illuminati in tutta la sua estensione da quattro lampioni a muro ottocenteschi (non per solo stile ma per vera età), che ne davano una fioca quanto nebbiosa immagine d’insieme. Gli era stato appena consegnato da Robespierre in persona il selezionato pollo nostrano, quando il commerciante lo chiamò a sé, anche in maniera brusca. “Marescià, te devo parlà! E’ una questione di vita o di morte!”. Se non avesse ben percepita l’intensità di queste ultime parole, il maresciallo avrebbe replicato in ben altro modo a quell’invito a dialogare espresso in modo tanto ineducato e sgraziato.

Era pur sempre un poliziotto in pieno e coscienzioso servizio, e se un cittadino, per quanto poco simpatico, si sentiva in pericolo, lui aveva il dovere di ascoltarlo ed, eventualmente, provvedere. Non aveva mai visto Robespierre in quelle condizioni. Non è che fosse un bell’uomo. Anzi.  Sempre ciondolante, sembrava il più delle volte trascinare l’intero corpo verso il basso, agitando in tale ripetuta postura un piccolo codino con cui raccoglieva i suoi capelli neri, non per vezzo ma per motivi strettamente igienici. Il volto, di solito ben rotondo, era vagamente scavato lungo le guancie, gli occhi quasi spenti, dalla stanchezza e dalla preoccupazione che a Bonaloni parve davvero reale.   

Di altezza media, sembrò improvvisamente sollevarsi a dismisura verso l’alto, quando espresse la sua denuncia in maniera inequivocabile. “Quello mi vuole uccidere!”  Bonaloni sobbalzò, anch’egli virtualmente acquistando almeno un paio di centimetri. Aveva perfettamente capito chi fosse “quello”. Per maggiore chiarezza, volle però che fosse Robespierre ad indicarlo. “Ma Edmond, che domanda?” Chi altri?” E giù un’altra accusa. “E’ un ladro! Ed ora vuole prendersi tutto. Pensi che l’ho anche sorpreso a spugnettare con la sua pistola ed il suo fucile! E sa cosa faceva?”

Bonaloni non rispose. Era già rimasto spiazzato dal termine spugnettare. In particolare, temeva che si andasse ben oltre, sconfinando in chissà quale perversione armata. E non sarebbe stato piacevole. “Abradeva! Capisce, abradeva…quel maledetto”. Bonaloni, in realtà, non afferrò.

Vide Robespierre, che non faceva di certo della delicatezza il suo punto di forza, davvero indeciso se dargli dell’ignorante o meno. Era ancora più brutto del solito. Poi il commerciante trovò il termine giusto per spiegarsi meglio. Per la precisione, spiegare meglio al maresciallo, recuperando felicemente il participio di quel verbo. “Abraso! Ho scoperto che ha abraso la matricola, prima della pistola, poi del fucile! Vuole uccidermi e non lasciare traccia! Ne sono certo!”

A Bonaloni però qualcosa non tornava ugualmente. Ammesso che fosse vero quanto Robespierre stava narrandogli, quale bisogno poteva avere Edmondantòn di compiere una simile operazione su quelle armi, se erano state regolarmente segnalate? Su questo il maresciallo non aveva dubbi, avendo egli stesso personalmente redatto la relativa denuncia. Quindi, anche la più semplice perizia balistica avrebbe individuato l’origine, pistola o fucile che fosse, della pallottola assassina. Così, averne abraso le matricole, non avrebbe di certo evitato l’ergastolo a D’Antonio.  Certo, avrebbe anche potuto simulare un furto preventivo delle stesse,  per poi portare a termine, tempo dopo, i suoi propositi criminosi con armi ufficialmente scomparse. A Bonaloni sembrava davvero un piano sconclusionato, soprattutto neanche verosimile.

Comunque, ci avrebbe pensato. Promise a Robespierre che avrebbe approfondito la questione e che la PS sarebbe stata ben vigile a prevenire qualsiasi ipotesi di crimine nei suoi confronti. Solo che, si raccomandò, “intanto cerchi di non tagliargli la testa!“ Quella (la capoccia) non c’è neanche bisogno di abraderla!”  che gli consentì di prendersi un minimo di rivincita sulla magra figura verbale fatta poco prima.  Ora sotto con il pollo con le patate, per concludere degnamente un sabato sera del 71, farcito di Canzonissima e della splendida Raffaella Carrà. Tuca tuca. E chissà se va.  Bonaloni era davvero irrefrenabile.

La domenica era trascorsa del tutto tranquilla. Il transistor aveva funzionato alla perfezione, comunicandogli, a volume ben alto, tutte le notizie della serie A con i campi principali collegati alle voci inconfondibili di Ciotti ed Ameri. In mattinata, solo una mezz’oretta era stata dedicata a soddisfare uno scrupolo. Ne era già assolutamente certo, ma aveva voluto ugualmente controllare che la denuncia di possesso delle due armi da fuoco di Edmond  D’Antonio (Bonaloni preferiva chiamarlo come realmente si chiamava) fosse stata fatta, protocollata e regolarizzata. Tutto a posto, licenza compresa. Qualche piccola, negativa esperienza del passato, soprattutto ad inizio carriera seppure per vicende tutto sommato trascurabili, gli avevano sempre consigliato di non prendere mai nulla sottogamba. Eppure, avvertiva un qualcosa di strano…

Notte tra domenica e lunedì. Ore quattro. A casa del maresciallo trillò improvviso ed imperioso il telefono posto sulla mensola dietro la porta d’ingresso. Il suono sembrò travolgere davvero tutto in quei settanta metri quadrati di domicilio maresciallesco. Il sottufficiale si alzò. Dire che le fece di scatto, sarebbe tuttora una imperdonabile bugia. Più precisamente si trascinò, tastonando per l’intero tratto su pareti e mobili, così da garantirsi un appoggio di sicurezza con la sua mano destra.

Finalmente raggiunse l’apparecchio che lanciò un ultimo grido, strozzato dalla ferrea presa del maresciallo, il cui “Pronto”, tra l’incazzato e l’assonnato, sostituì per intensità le precedenti vibrazioni emesso dallo squillo standard garantito dalla Sip.

Alla comunicazione ricevuta, che non ebbe neanche bisogno di farsi ripetere, Bonaloni avvertì un tremendo senso di sorpresa mista a disagio: un morto al mercato dei polli! Solo che non si trattava di Robespierre. Ad essere stato ritrovato privo di vita era Edmond D’Antonio, proprio all’interno del rifugio anti aereo giù ai Pozzi, apparentemente suicida.

Notizia tremenda, che non gli fece perdere però la sua ironia, quando si accorse che tutti gli altri, in quella casa, si erano beatamente riaddormentati a tempo di record; così, parafrasando la (reale) apprensione che la moglie Carla mostrava ad ogni telefonata ricevuta in sua assenza, gridò a tutti di non preoccuparsi: “Tranquilli, sto bene, non mi è successo niente!” e, vestitosi a tempo di record, se ne uscì sbattendo la porta con forza. E sogghignò un “Chissà se li ho svegliati?”,  sperando di averlo realmente fatto.

Quel cunicolo era invaso da un freddo pungente. Buio e con un asperrimo odore di polli da mettere ko chiunque. E proprio lì, quando si dice la forza dell’abitudine, D’Antonio aveva scelto di collocare l’essenziale, cioè sedia e scrivania, per il proprio ufficio. Di certo, se voleva scegliere di stare il più vicino possibile ai propri affari, era davvero il posto ideale. E siccome il denaro non puzza, etc, etc, mai scelta era risultata tanto felice. Solo che ora di allegro non c’era proprio nulla; il commerciante giaceva a terra senza vita, con un gran buco sulla tempia destra.

La pistola, di cui Bonaloni si preoccupò di controllare se la matricola risultasse abrasa (e lo era effettivamente), a terra, poco più in là, non lontano dal braccio allungato e dalla mano destra semi chiusa della vittima. Nessun dubbio che quell’arma fosse entrata in azione. La conferma era giunta in tempo reale dal capitano Archetti della Scientifica che, almeno stavolta, aveva risparmiato al maresciallo il gioco della battaglia navale, utilizzato ogni qualvolta doveva rivelargli il tipo di arma utilizzata in un crimine. Bonaloni, del resto, poteva vederlo benissimo da sé che si trattava di una Beretta cal. 22, la stessa presente nella denuncia controllata appena il giorno precedente.

Eppure il maresciallo sentiva al proprio interno crescere una sempre più robusta dose di scetticismo. A parte le domande che già si era posto il giorno precedente sulla logicità di abradere pistola e fucile, se ne aggiungevano altre:  ad esempio, perché il sangue fuoriuscito copioso dalla ferita non aveva formato a terra una macchia omogenea, al fianco della testa?  Del tutto impossibile poi che la striscia rossa (lunga una decina di centimetri) si fosse formata colando dalla chiazza e risalendo quella direzione. Sarebbe stato fisicamente possibile solo il tragitto contrario, essendo i due lati di quel cunicolo posti ad altezza superiore rispetto al camminamento centrale.

Per Bonaloni, se D’Antonio si era effettivamente sparato, doveva averlo quindi fatto proprio vicino al piano inclinato, dove capì subito che sarebbe stato impossibile trovare tracce ematiche della vittima visto che si trattava del canale di scolo del sangue di quei polli che lì Robespierre scannava o eviscerava. Quindi, tutto (eventuali prove comprese) era finito chissà dove o, nella migliore delle ipotesi, risultava talmente confuso da non rendere realistiche qualsiasi tipo di analisi.

L’ipotesi che Bonaloni  costruì nella propria testa era che D’Antonio si fosse sparato, o fosse stato sparato, proprio a ridosso del piano inclinato. Solo che in questo caso, sarebbe stato più probabile che il corpo fosse caduto in avanti, e proprio sul meccanismo di scolo; non supino come era stato ritrovato. Soprattutto, in una forma talmente “ordinata” da far pensare ad una sorta di prematura ricomposizione della salma. No, non aveva alcun dubbio: quel corpo era stato spostato.

Ma perché? Se D’Antonio si era suicidato, non vedeva proprio alcuna ragione perché qualcuno  modificasse lo stato delle cose.  A meno che il fine ultimo non fosse stato quello di confondere deliberatamente la scena del crimine per far apparire quello che non era. Infine, un’ulteriore stranezza: il fogliettino bianco rinvenuto sulla scrivania sembrava effettivamente di addio, anche se, non essendo stato completato, induceva ad ulteriori dubbi.  “Non ce la faccio più a sopportare”, vi si leggeva.  Ma cosa non sopportava più, D’Antonio? La vita? Quel lavoro? Eventuali debiti e quindi creditori? Il suo socio Robespierre? Boh! Mistero.

Ben evidente, invece che quel pezzetto di carta fosse stato strappato a tre quarti, dall’alto verso il basso, da un block notes collocato sulla scrivania. Ma a partire da sinistra come solo un mancino avrebbe trovato naturale fare. E D’’Antonio era rigorosamente destrorso, come confermato dagli stessi dipendenti che ne avevano scoperto il corpo e che contribuirono a rendere il quadro ancora più confuso.

Per loro non vi erano comunque dubbi che quella scrittura fosse del loro principale. La conoscevano alla perfezione visto che D’Antonio, uomo di poche parole, preferiva comunicare consigli, rimproveri od elogi che fossero, tramite quegli stessi foglietti del block notes. Un certo Giampietri ne tirò fuori uno dalla propria tasca. Nessun dubbio che fosse la stessa grafia, minuta e particolarmente curata, priva di qualsiasi imperfezione. Bonaloni sembrava essere quasi sul punto di rassegnarsi, quando richiamò indietro Giampietri, invitandolo a tirare nuovamente fuori dalla tasca il bigliettino: voleva verificarne lo strappo, ed il lembo superiore ancora ben presente a destra indicava chiaramente come fosse avvenuto.

Un ulteriore verifica sul block notes glielo confermò. Tutti i foglietti, in tutto una trentina, erano stati strappati con la stessa modalità, tirandoli irregolarmente da destra a sinistra. Così come venivano. Quello di addio rappresentava un’eccezione, o forse un errore dell’assassino. Non restava altro da fare che tentare di dargli un nome. E quel nome non poteva essere che quello di Robespierre!

 

Impronte digitali e Stub lo incastravano. Robespierre? Ma no! Inchiodavano Bonaloni! Lo rendevano davvero prigioniero di una sua tesi investigativa che non riusciva proprio a dimostrare, con relativa e ripetuta incazzatura del capitano Mancuso, a sua volta super pressato dal giudice istruttore Lotta. Un cognome che gli procurerà non pochi equivoci nel corso dell’ormai imminente attacco allo Stato di Br e compagnia e che già, almeno anagraficamente, veniva visto con occhio sghembo da destra, va da sé e, più genericamente, dalle cosiddette forze della reazione.

Bonaloni e la sua personalissima gabbia. Ci si era andato a cacciare e non vedeva più possibilità di uscirne, man mano che l’inchiesta andava avanti. Si fa per dire, che andasse avanti. Visto che progressi non ne aveva fatti granché. Alibi vago (Robespierre viveva da solo e aveva sempre affermato di essere rimasto a casa la sera del delitto, notte compresa, pur non potendo esibire un testimone a proprio favore) e movente (l’intero passaggio della ditta nelle sue mani, come da clausola notarile, voluta però da D’Antonio, al momento della costituzione della loro Società) erano a favore delle convinzioni del sottufficiale di polizia.

A suo netto svantaggio, l’assenza totale di impronte digitali di Robespierre sulla calibro 22: sull’arma vi erano state trovate solo quelle del socio. Così l’eventuale presenza di residui di polvere da sparo era stata assolutamente esclusa dall’esame dello Stub. Tantomeno sui vestiti di Robespierre che, per dirla con Bonaloni, avrebbero repulso qualsiasi altro genere di pulviscolo “tanto erano lordati di ogni genere di cozza e sangue di pollastro” . Soprattutto ad incastrare Bonaloni esisteva, e perdurava, l’indimostrabilità che il sospettato (peraltro destro) fosse stato realmente presente sulla scena del crimine, commesso, come da perizia del medico legale, tra le ore 3 e le 6 della mattina di domenica. Per quale motivo? Il custode dell’azienda, Rino Guadagnoli, aveva sempre giurato e spergiurato che “dalle 20.00 di sabato fino alla mattina del lunedì successivo, nessuno, neanche un’ombra aveva varcato quella soglia”. Altri ingressi laterali o posteriori non erano mai esistiti.

Oddio, proprio mai esistiti, no! Ben tre resistevano ancora e corrispondevano esattamente ai punti d’accesso per la popolazione nel vasto rifugio anti aereo che, dai Pozzi, si estendeva praticamente nelle viscere di tutta Porta D’Arce. Il problema è che quelle tre porticine di metallo, ormai arrugginito all’inverosimile, non venivano più aperte (lo stesso Bonaloni lo constatò personalmente) da almeno venti anni. Con un mistero in più. Nessuno sapeva, neanche con vaga approssimazione, indicare dove fossero custodite le chiavi di tali ingressi. E Bonaloni non aveva proprio alcuna voglia di risolvere questo enigma parallelo, al pari, a dir la verità, di tutti coloro che, sparsi nelle varie istituzioni cittadine, a specifica richiesta avevano mostrato totale ignoranza su dove quelle chiavi potessero essere finite.

Il maresciallo si era, infine, aggrappato ad una ultimissima possibilità. Rino Guadagnoli era il fratello di Giggi la Sbrogna.  Per aristotelico sillogismo, doveva essere anch’egli (Rino) fortemente propenso verso l’alcool.  Invece, niente.  Era completamente astemio. Solo acqua. Rifuggiva letteralmente dal vino e da tutte le altre bevande che avessero una benché minima gradazione sopra lo zero. E rifuggiva anche dagli ubriaconi, motivo per cui non è che i rapporti con il ben più brillo Giggi fossero da definirsi come frequenti. Solo che la Sbrogna, nel corso delle personalissime via crucis notturne, capitava spesso giù ai Pozzi.

E guarda caso, vi era capitato proprio mentre Bonaloni stava colloquiando con il buon Rino. Pur tenuto a debita distanza fraterna, nel senso che l’inappellabile “alto là” era giunto proprio dal custode suo consanguineo, era ugualmente riuscito a percepire qualcosa di quel dialogo, fino a decidere, di farsi avanti. O meglio, di cadere in avanti. Si rialzò prima che Bonaloni intervenisse in suo aiuto, gridando che un altro ingresso quel rifugio lo aveva! Il problema? La mente super ottenebrata dal vino non gli permetteva di ricordare dove fosse.

“Ci sta, ci sta!” Riuscì solo ad aggiungere “coperta dalle frasche!!!!…certe bevute me ce facevo!.” Ed allungò il dito indice verso una direzione a mezz’aria che non sembrava corrispondere a niente di preciso. Bonaloni, che nulla voleva lasciare al caso al fine di incastrare quel maledetto Robespierre, provvide così nei giorni successivi a perlustrare vaste aree dei Pozzi e del quartiere (soprattutto quei non pochi punti dove le “frasche” regnavano ancora sovrane) nella speranza di individuare il “bucio” (così lo aveva definito la Sbrogna”) dove poter entrare, non visto ed indisturbato, nei cunicoli del rifugio anti aereo. Nulla di nulla. Fino a quella mattina, di qualche mese dopo quando si era visto costretto a fronteggiare il capitano Mancuso per una comunicazione urgente giunta da Palazzo di Giustizia, tramite telescrivente.

Prima di tutto dovette ingerire, deglutire e anche digerire gli strali ufficializi. Solo dopo venne messo al corrente. Quel documento parlava chiaramente di conclusione delle indagini, con relativa archiviazione della posizione di Arduino Marinozzi, alias Robespierre. Circa le motivazioni, non è che quel giudice istruttore avesse granché lottato per indicarle. Solo un laconico “mancanza di seri indizi”, che per Bonaloni suonava davvero come sostegno irrealistico ad una decisione così importante.

“Bella figura, eh! Ma quando andrò dal dottor Lotta, gli farò sentire io di chi è stata la colpa!” Non che Bonaloni si attendesse un briciolo di solidarietà per il fallimento dell’indagine poliziesca, ma almeno una parvenza di rincrescimento per non essere riuscita, la Polizia e non lui, a scovare l’assassino, questo sì che se lo aspettava. Invece, solo grida e fulmini. Con relative accuse di fissazione verso un solo possibile colpevole. Fissazione (quella di Bonaloni) che, a dire di Mancuso, aveva precluso pregiudizialmente qualsiasi altra pista investigativa. “Ma quale altra pista?” Riuscì a dirsi tra sé e sé il malcapitato maresciallo, senza poter, però, neanche esprimere il minimo gesto di reale dissenso.

Finì lì. Nel senso che fu bruscamente congedato dal superiore con la promessa di sardegnizzarlo che, per Mancuso, siciliano etneo doc, era davvero la sublimazione del trasferimento punitivo da riservare ad un sottoposto. Anzi, no. Lo richiamò proprio mentre Bonaloni era ormai in procinto di uscire. Gli gridò contro se avesse visto i giornali della mattina ed uno in particolare che titolava “Il rebus del delitto dei Pozzi”. Il maresciallo accennò con la testa di sì. “Bella figura, eh! E cosa vuole fare adesso?”. Bonaloni lo guardò, torvo in volto, e ritrovando orgoglio ed ironia gli sparò contro una risposta davvero micidiale. Per Mancuso ed il giornalista. “Gli mandi in regalo la Settimana enigmistica!” Quindi, alzò i tacchi e chiuse, con un botto imperioso, la porta dietro di sé. Andasse a morì ammazzato. Ma in quella mattina tale destino non sarebbe stato di sicuro riservato all’ufficiale tre stellato.

Il destino, appunto. Talvolta sa essere poeticamente giusto. E visto che la facciata della Questura era circondata da due vicoli da e per i Pozzi, ecco sbucare da uno di essi proprio Robesperre. Con una lunga palandrana che lo copriva dal collo fin sotto il ginocchio, come fosse la più educanda delle ragazze, in aperta abiura verso Mary Quant.  Una palandrana, ovvio, macchiata dei più irregolari schizzi di sangue, dovuti alle varie decapitazioni di pollame, succedutesi quella mattina al mercato sottostante dei Pozzi.

Si guardarono senza dirsi una parola. Robesperre diritto come il più professionale dei boia, Bonaloni un po’ incurvato da giustiziere fallibile. Come in quel momento si sentiva di essere. Fu il commerciante a fare la prima mossa, sventolandogli qualcosa contro. Quindi, lo invitò, con un po’ di faccia tosta, ad avvicinarsi. Il maresciallo avrebbe voluto mandarlo proprio lì, dove il sola mai batte posteriormente. Resistette alla tentazione. Fece qualche passo in avanti e si vide consegnare un atto di acquisto in piena regola. Di villa Piermarini, giù in Valle Oracola. Una villa settecentesca che ora Robespierre avrebbe trasformato in propria personalissima reggia. Oddio che brutto termine, per chi, per consolidato nomignolo, non doveva proprio nutrire simpatia per il sangue nobiliare e per le teste coronate.

Gli evidenziò bene anche il prezzo d’acquisto, circa 300 milioni, davvero cifra straordinaria per quei tempi. “Tanto ora sono miliardario” aggiunse con un trionfalismo che a Bonalon parve consolidare il movente del delitto che, ne era sempre più sicuro, il commerciante aveva effettivamente compiuto.  Fu Robespierre stesso a confermarglielo, più o meno direttamente. “Che cosa fanno fare i soldi, eh marescià1.” Il poliziotto non rimase neanche tanto sorpreso, né avvertì alcun fastidio dall’essere sbeffeggiato, come era, con ogni probabilità, nelle intenzioni di quell’assassino. Perché tale era.

Pur rimanendo nel vago, Robespierre fu abbastanza esplicito quando, sorridendo di qua in là, gli raccontò di un “qualcuno che si era visto costretto ad intorbidare così tanto le acque da essere fortemente sospettato senza però risultare mai davvero imputabile! Magari anche con un bel colpo di culo visto che, con la sua mania dei bigliettini che usava completare solo in una seconda fase, il rivale gliene aveva fatto trovare uno perfetto da utilizzare al proprio scopo. E che soddisfazione per quel qualcuno vedere tutti quegli indizi potenzialmente a suo sfavore, uno dopo l’altro, finire solamente per scagionarlo. Davvero necessario – concluse Robespierre – quando il tuo rivale è dotato di una intelligenza fuori dal comune!” Probabilmente era un complimento alla sua arguzia poliziesca. Bonaloni se lo sarebbe risparmiato ben volentieri. Anche perché subito dopo arrivò da parte del commerciante un’appendice che altro non era che un auto attestazione di superiorità. La sua ovviamente. “Ma il più furbo sono io! Robespierre ha vinto ancora!”

Bonaloni sentiva la rabbia crescergli dentro. Non poteva però far nulla, se non tentare di farsi chiarire alcuni aspetti. Decise a tal fine di utilizzare una ben precisa tattica. Non si risparmiò in complimenti verso l’intelligenza del rivale. Arrivò a dirgli che addirittura ammirava quel “qualcuno” e che lo avrebbe ammirato ancor di più se solo gli avesse indicato il passaggio segreto da cui era penetrato per compiere l’omicidio.

La risposta fu una sguaiatissima risata che si prolungò per l’intera via Garibaldi. Il maresciallo ci aveva provato.  Essendo però l’altro manifestatamente più furbo, il tentativo era finito come doveva finire. Con un nulla di fatto. Però…pescando in fondo alla propria testa e alle sua più recondite cognizioni scolastiche di storia e di rivoluzione francese in particolare, si ricordò a volo che Robspier (lo pronunciò volutamente bene) era anche detto l’incorruttibile.

“E tu Marinozzi, come ti senti al riguardo?” Marinozzi/Robespierre non rimase per nulla sorpreso. Era più preparato di quanto il poliziotto si attendesse da un decapitatore di polli.  “La corruzione è del popolo! Non può riguardarmi. Io sono solo chiamato ad educarlo. E che io sia incorruttibile glielo ho dimostrato poco fa: resistendo alle sua adulazioni che pure non erano facili da superare per una persona come me. Il mio animo è puro. Non può essere corrotto!”  “Ed aver ucciso un uomo – ribatté Bonaloni – non è forse il massimo della corruzione dell’animo?”

“Le ripeto che il mio animo è puro ed incorruttibile! Le azioni sono di altra natura: semplici mezzi di transito di grandi progetti. Punto e basta!” Ed inforcò una vecchia bicicletta, di quelle a manubrio quadrato e freni in robustissimo ferro, a bacchetta, che sembravano davvero indistruttibili. Destinazione Valle Oracola, villa Piermarini, sua nuova immeritata dimora.

Via Salaria in discesa. Rallentamento alla curva prima di arrivare a Ponte Cavallotti, sul fiume Velino. Un punto delicato da attraversare, anche in tempi dove la circolazione motoristica non era proprio diffusa. Uno sguardo in avanti. Nessun mezzo di locomozione in transito e neanche lontanamente in arrivo. La svolta a sinistra poteva essere effettuata con la massima tranquillità e sicurezza. Robespierre, fischiettando soddisfatto, provvide. Valle Oracola poteva essere felicemente imboccata. Giù a capofitto, verso appunto la Valle. Circa trecento metri in forte pendio, su una strada bianca, dissestata ma non per questo pericolosa. E, difatti, di pericoli non sembravano essercene. Via pedalando sempre più veloce, nell’ansia di raggiungere Villa Piermarini e di entrarvi come nuovo e gran signore.

Sorrideva Robespierre, scorgendo appena sulla destra, ad una cinquantina di metri una vecchia segheria, la cui attività risultava negli ultimi tempi abbastanza ridotta. “Ci devo fare un pensierino al suo acquisto, chissà quante lame affilate vi saranno lì dentro!” E rise fragorosamente non accorgendosi che la ruota anteriore della sua robusta bicicletta stesse per incappare in un grosso sasso. Troppo tardi quando se ne avvide. Si ritrovò proiettato in avanti, prima sul bordo della strada poi sul lieve pendio, proprio non potendo fare nulla per frenare la sua discesa in avanti a braccia aperte, sull’erba della piccola scarpata, resa scivolosissima dalla pioggia notturna. Quasi fosse un aliante di terra.

Scivolò, e scivolò ancora. Quasi riusciva a divertirsi in quel volo che nessun danno fisico sembrava stesse procurandogli. Poi, improvviso, il terrore. La sua testa, il suo collo in particolare era sulla direttrice di una vecchia sega circolare collocata ad incastro tra due alberi. Non poté fare nulla. Il suo capo volò via di netto. Il destino di Robespierre.    
Paolo Rotilio

      

2018-07-18T00:17:31+00:0021 settembre 2017|Categories: News|

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