UN RACCONTO DI PAOLO ROTILIO AL MESE. PER VOI ECCO “L’UOMO CHE MUORE”

//UN RACCONTO DI PAOLO ROTILIO AL MESE. PER VOI ECCO “L’UOMO CHE MUORE”

UN RACCONTO DI PAOLO ROTILIO AL MESE. PER VOI ECCO “L’UOMO CHE MUORE”

Qui è possibile scaricare tutti i racconti di Paolo Rotilio, autore de “La notte in cui morì Nero Wolfe”:

http://www.funamboloedizioni.net/prodotto/la-notte-in-cui-mori-nero-wolfe/

 

L’uomo che muore: 

L’amore non muore mai di morte naturale.

                                                                                (Anaïs Nin)

 

Un’estate così afosa, il maresciallo Bonaloni Ernesto non la ricordava proprio. Si sforzava così intensamente da non riuscire neanche per un briciolo di secondo a immaginare la più pallida comparazione con altri periodi caldi del passato. Peccato! Gli sarebbe bastato davvero così poco per ottenere una consolazione brevissima quanto rinfrescante. Cosa chiedeva, in fondo? Solo di ripescare in chissà quale scatolina della sua memoria un qualsiasi altro momento della sua esistenza, in cui il sole potesse aver prodotto un calore infinitesimamente più elevato. Tanto sarebbe stato sufficiente: rintracciare il giorno (perduto) in cui si era opposto a un calore superiore. Invece, niente. Andò a finire che Celsius, Fahrenheit, zero assoluto (solo dopo scoprì che non si trattava proprio di una temperatura bollente) e qualsiasi altra tipologia di misurazione, millibar compresi, sembravano ora gradualizzarsi in massa in quella testa prossima all’essiccamento cerebrale se non fosse stato che…

Una parvenza di frescura! La regalava il Velino che anche in quella mattinata di luglio inoltrato continuava a scorrere all’interno della città per poi sembrare perdersi su di un lato della sterminata Piana Reatina. Proprio lì, dove il maresciallo si trovava per una delle sue sessioni di pesca estiva. Testarde quanto improduttive. Meglio ancora: più queste non davano frutti, pesci pardon, più la sua caparbietà aumentava a dismisura. Era ormai una sorta di sfida personale che rischiava di eleggerlo come il pescatore più perdente al mondo. Etichetta alla quale Bonaloni, ritenendosi un esperto del settore, guardava davvero con il massimo disprezzo.

Tornando ai lampi di frescura, Bonaloni osò di più. Immerse indice e medio congiunti, ritraendoli subito dopo come avesse assorbito una scossa elettrica di chissà quante centinaia di Volt. L’acqua era gelida! Ricordò che vecchi pescatori e fiumaroli di ogni età ed esperienza gli avevano sempre evidenziato la ritrosia di quel fiume a farsi minimamente riscaldare, anche sotto il sole più ribollente. Lo rammentò non subito. Ma dopo che spostata la testa al riparo sotto un miracoloso fogliame che sembrava svilupparsi solo alla sua destra, il suo gnigno (cervello) riprese a funzionare più o meno regolarmente dandogli però, subito dopo, un consiglio quasi sconveniente: addirittura di denudarsi un braccio!

Giunse a scorrere a memoria il codice penale. Nulla, naturalmente, gli impediva di farlo. Arrotolò così a fatica una manica della sudatissima camicia a quadri rosso/neri da provetto pescatore, e la infilò come la spada più tagliente nel Velino. Con un sol colpo. Quasi dovesse infilzare al volo anche il più riluttante dei pesciolini che sicuramente vi vivevano.

Pensò che, avendo visto in un documentario Tv una tribù Yanoami dell’Amazzonia mettere in pratica tale sistema, potesse infine essere, anche per lui, lo strumento adatto per ottenere la vittoria finale nella sua tenzone con quel maledetto fiume che, da tempo ormai immemorabile, gli lesinava anche il minimo regalo ittico. 

Mamma mia che freddo! Quelle acque erano davvero micidiali! Avvertì nell’arto anche un pizzico da congelamento. Il rimedio? Esporlo al sole come fosse un comiglio allo spiedo. E se non fosse stato per un altrettanto rapido principio di rosolamento, neanche si sarebbe un pò vergognato di quanto stesse combinando, con il corpo rinfoderato all’indietro per assorbire più ombra possibile da quel frascone di non si sa che cosa e il solo braccio slanciato in avanti; come il più ridicolo Superman in procinto di spiccare il volo.

Si consolò ben presto pensando di essere solo. Che nessuno lo guardasse. Invece no. Sull’altra sponda del Velino c’era un uomo, di sicuro più giovane di lui di un ventennio buono, ben vestito di un elegante completo blu indossato su una camicia bianca striata di un qualcosa che a quella distanza Bonaloni non riusciva a decifrare, quanto a tonalità. Ben vestito, appunto. Almeno inizialmente, perché ora stava togliendosi, seppure con grande lentezza e compostezza, l’intero abbigliamento, capo dopo capo tanto da restare ben presto in mutande. Sembrava calmo. Aveva anche ripiegato pantaloni e giacca con la massima cura, quindi poggiato le scarpe ai piedi un albero, probabilmente appaiandole alla perfezione visto il tempo impiegato a riacquisire lo stato di uomo eretto.  

A Bonaloni sembrava già tutto particolarmente strano. Che lui sapesse, non era certo quello il punto del Velino dove i reatini si recavano a farsi un bel bagno. E si preoccupò ancor di più quando vide quel giovane disfarsi della camicia, trasformarla bruscamente in una sorta di palla di tessuto e scagliarla senza alcun complimento in acqua. Il maresciallo potè solo notare che, aprendosi quell’involucro sotto la forza delle acque, lasciasse una piccola scia rossastra. Fu allora che, ben intuite le intenzioni dell’altro, gli gridò con tutta la voce che aveva in corpo di fermarsi. “Ma che vuoi fare? Sei impazzito?”

L’altro non gli rispose neanche. Sembrava un automa, nell’avvicinarsi con passo regolare verso la riva del fiume. “Fermo, fermo!” Continuava a gridare Bonaloni, aggiungendo “Sono un maresciallo di polizia!” che non sortì proprio alcun effetto. Passò, quindi, ai più svariati tentativi. Espressi con tono paterno, di affettuosa comprensione, di aperta solidarietà, di promesse d’aiuto, fino a concludere con il più banale “a tutto c’è rimedio tranne che alla morte!” che non produsse ugualmente alcuna influenza sulla sempre più chiara e confermata volontà del dirimpettaio di riva di gettarsi in acqua.

Provò a corricchiare, sbracciandosi con assoluta scompostezza, sulla propria riva. Nulla. Sembrava aver esaurito qualsiasi tentativo di convincimento quando, chissà perché, gli venne in mente il più irrazionale degli avvertimenti da lanciargli contro: “Ma davvero vuoi buttarti in quest’acqua così tarmata (freddissima)! Ti prenderà una polmonite!” che interruppe il passo deciso del giovane.

Lo urlò di nuovo, usando stavolta solo il termine in italiano, e di nuovo l’aspirante suicida (ormai Bonaloni non aveva più dubbi circa la decisione dell’altro di farla finita) tornò a bloccarsi. Il maresciallo tentò il tutto e per tutto in quel dialogo dell’assurdo. “Almeno indossa la giacca… sentirai meno freddo!” che innescò addirittura un passo all’indietro del giovane. Quindi, un altro passo ancora in retromarcia e, infine, il dirigersi deciso verso i propri indumenti. “La giacca no! E’ nuova! Piuttosto non mi uccido più!”.

Bonaloni tirò un sospiro di sollievo, mentre l’altro, ormai determinato a salvarsi e a salvare almeno la propria giacca, si rivestì in un battibaleno, scomparendo infine con altrettanta rapidità, non prima di aver gridato un enigmatico “Salvi mio padre!” che lasciò ancora più di stucco Bonaloni, già provato dal sorprendente salvataggio psicologico che aveva messo in atto.

Il maresciallo si lasciò semplicemente cadere all’indietro, piombando con il suo culone sull’erba smeraldina e soffice che rendeva speciale quel posto che lui, e solo lui, riteneva benedetto per la pesca. Stremato ma felice di aver salvato una vita umana. Non senza aver esclamato un “Ma quanti matti girano in questi anni settanta!” che gli parve potesse mettere la parola fine a quell’incontro drammaticamente estemporaneo appena vissuto. Oddio! Una piccola domanda, da poliziotto, se la pose anche subito dopo: “Perché gettare in quel modo la camicia?”

“Perché quella strisciolina rosso sangue liberatasi al contatto con l’acqua?” Chissà, forse quello sconosciuto si era ferito con qualche ramo, forse aveva cercato di farla finita in qualche altra maniera. “Forse, semplicemente non gli piaceva più la camicia e il rosso era solo uno strano riflesso sulle acque? Eppoi quale padre dovrei salvare? Non vedo altri pazzi in giro… per fortuna!” Non restava, così, da sperare che quel giovane fosse rinsavito del tutto e se ne fosse, infine, tornato a casa davvero sano e salvo. Di più, non poteva proprio fare, se non avvisare i propri colleghi di fare qualche ricerca non appena avuta la disponibilità di un telefono. Non prima, però, di aver concluso la sua battuta di pesca.

“Già, ci vuole un telefono!”  Il pensiero gli trillò di nuovo nella mente. Sentiva anche il girare e il ripido tornare indietro di ogni numero eseguito sul disco rotante dell’apparecchio Sip in bachelite. Magari anche un duplex, di un grigio luminoso, quasi invitante alla chiamata. Fu allore che il dovere superò, e di gran lunga, il piacere di trascorrere l’intera mattinata sul Velino. Piacere, si fa per dire, visto che nessun pesce aveva ancora abboccato. O perlomeno mostrato la più piccola intenzione di farlo. Stavolta, però, c’era un valido motivo per tornarsene verso casa con il cesto ancora vuoto: “Quel pazzoide può suicidarsi in mille altri modi. Con o senza giacca!”

Quindi, recuperando il “pieno e coscienzioso servizio”, concluse che fosse decisamente meglio sbrigarsi e dare l’allarme il prima possibile. Il dilemma era da dove far scattare l’allerta. Lui era a piedi e il casale dei Marinetti, il più vicino da raggiungere, era a circa un paio di chilometri, anche troncando attraverso una sterminata distesa di papaveri in fiore, prima di potervi arrivare e da lì avvertire i colleghi questurini.

Spettacolo davvero superbo, questo sì. Una marea di rosso in superficie, che sembrava ondeggiare sotto una leggerissima brezza, si aprì davanti ai suoi occhi appena ebbe risalito il lieve pendio fluviale.  Non gli restava che muoversi. “Altro che mille papaveri rossi! Questi saranno almeno un milione – brontolò – e speriamo che a nessuno venga in mente di spararmi proprio ora. Non vorrei proprio fare la fine di quello là… non mi ricordo il nome… ma di quello là…” Sorrise. Il cammino gli sembrò più leggero, mentre canticchiava con buona intonazione proprio quella canzone.

Dopo un duecento metri di faticosissimo percorso, Bonaloni ebbe un rigurgito di profonda cultura che scambiò anche per il primo effetto di un principio di insolazione. Arrivò a maledire la valle di Tempe! Ne sentiva il bisogno. Poi si ricordò che questa Tempe si trovava nell’antica Grecia (e vi si trova tutt’ora), e che Cicerone in persona l’aveva paragonata alla Piana in una famosa, quanto antichissima disputa tra Reatini e Ternani. Su cosa? Sarebbe stato chiedere troppo a Bonaloni e ai suoi trascorsi scolastici. “Qualcosa di acqua, allagamenti… mica posso ricordarmi tutto!”

Il secondo rigurgito fu strettamente logistico. Non scrutava all’orizzonte alcun puntino che potesse somigliare vagamente a un’abitazione e, nello specifico, al Casale Marinetti. Che si fosse smarrito? Sparò alcuni epiteti poco eleganti, uno in particolare (irriferibile) fece anche rabbrividire, per imbarazzo, i papaveri lui più vicini. Facendoli, ovviamente, ancora più arrossire. Concluse con un più sobrio “Porca puttana! Adesso dove vado?” e solo allora si rammentò che il semiovale della Piana misurava 14X7km.  Sperò allora di essersi almeno perso “in larghezza!

Decise di proseguire. Diritto per diritto. Quel che doveva succedere, che succedesse. E qualcosa successe: un’altra giacca, stavolta di colore marrone, abbandonata in piccolo spiazzo tra i papaveri. E il rosso che la impregnava, in pratica per la metà, non lasciava dubbi: sangue! E anche fresco. Più concentrato sulla parte posteriore, come se qualcuno l’avesse utilizzata per arginare una ferita abbastanza seria. E quel qualcuno, secondo Bonaloni, vista la quantità di sangue perduto, non poteva essere andato proprio lontano.

Si rizzò, quindi, sulle punte dei piedi restandovi per interminabili secondi che finirono per procurargli un crescente indolenzimento di entrambi i polpacci. Resistette, resistette, resistette. Voleva fortemente vedere meglio, più in là e più oltre. Soprattutto più sopra quella distesa ormai noiosamente rossastra. E il duplice sforzo, fisico e visivo, fu infine premiato: dieci-quindici metri più distante, non di più, la folla di papaveri si era nuovamente aperta, stavolta cedendo di schianto a qualcosa di ben più pesante di una giacca. Magari un corpo morto.

A ostacolare lo sguardo di Bonaloni altri papaveri, decisamente più alti e vagamente birichini. Dalle gambe forti, non facili da flettere a meno di non spezzarle. Fu così che almeno un paio di quei cosi verdi e pelosi finirono per rimbalzargli forte contro il corpo; uno anche sul naso proprio mentre era piegato, quasi in ginocchio, per capire se dal basso potesse vedere meglio. Ma sì! Avvistò un paio di scarpe, con la suola rivolta verso i suoi occhi! E nessun dubbio che fossero anche maschili. “A piedi in avanti – notò subito Bonaloni – Gran brutto segno…” e continuò ad avanzare, stavolta senza più grande attenzione per la salute papaverea. A ogni bracciata ne abbatteva almeno un paio, non curandosi affatto se quei fiori, come spesso accadeva, tornassero a ricollocarsi diritti.

Bonaloni era sì un poliziotto di lungo corso, ormai abituato a vedere di tutto. Ma la ferita che squarciava il ventre di quell’uomo, come fosse stata fatta dalla mano più feroce possibile, era davvero paurosa. Era ancora vivo! E con una mano continuava a premere, chissà con quali residue forze, quel taglio orrendo, quasi a chiedere al suo corpo di non espellerne le viscere. Volto e busto erano completamente arrossati dal sangue e dai papaveri crollati sotto il peso di quel corpo. Vi si erano adagiati sopra con ordine, quasi con delicatezza. Ne permettevano la visione della bocca ansimante e degli occhi ancora curiosi di vita. Imploranti quell’uomo a lui sconosciuto di avvicinarsi, come per rivelargli un ultimo, terribile segreto.

Non prima però di aver compiuto con immenso dolore un piccolo movimento che lo riportò supino, con il viso diritto a quello del maresciallo. Anche le mani avevano cambiato posizione. Entrambe erano state portate sul petto, abbandonando la ferita al suo destino. Bonaloni lasciò finalmente cadere il mulinello che in quell’odissea tra i papaveri aveva pur dovuto portarsi indietro, chinandosi sull’uomo per cercare di fare qualcosa; soccorrerlo, confortarlo, chiedere aiuto, assisterlo in qualche modo, cercare, ovviamente, anche di scoprire chi potesse averlo ridotto in quello stato. Su cosa, nessun dubbio; era stata un’arma da taglio, e anche dalla lama bella lunga oltre che affilata. Sì, proprio come quella che si trovava alla sua destra, l’arma del delitto.

Quell’uomo voleva parlare. Non sembrava interessagli altro. Lo supplicava con gli occhi di chinarsi sul volto che sembrava rimtimicamente risucchiato e scavato delle violentissime contrazioni della ferita. Accostatosi con l’orecchio alle labbra dell’uomo, Bonaloni non riuscì a sentire altro che un lungo lamento. Non seppe far altro che replicare con un “Vado a cercare aiuto!” davvero privo di senso. Se si era perso in quella Piana, tanto lo smarrimento valeva per l’allerta riguardante l’aspirante suicida che per l’uomo morente. Non poteva aiutarlo che in un modo: ascoltare quello che aveva da dire. Se gli avesse rivelato anche il nome dell’assassino, tanto meglio. Bonaloni scelse, da buon poliziotto, proprio di partire con questa domanda: “Chi è stato?” se non fosse stato sorpreso dall’imprevedibile scelta di tempo dell’altro. Perfetto nell’anticipo.

“Ahaaaaaaaaaaa…” Emise prima un interminabile respiro. Non l’ultimo, come Bonaloni temette. Serviva anzi a raccogliere il fiato necessario per consentirgli di porre la più inattesa delle domande. “Le sembro la Pietà?” e strinse ancora più forte al petto le proprie mani. Bonaloni, come chiunque altro fosse stato al suo posto, pensò che stesse delirando. “Parole a vuoto e senza senso di un moribondo”. Al massimo, forse, voleva chiedergli se stesse provando pietà per lui in quei momenti di commiato dalla vita. Non era così.

Quella identica domanda fu esattamente ripetuta all’orecchio ancora più proteso di Bonaloni. Un nuovo sospiro e un chiarimento che sembrava ancora più confusionario: “Mi guardi bene, non le sembro la Pietà… di Michelangelo… Ahaaaaaaaa” sospirò ancora, quindi tossicchiò quasi di disappunto visto che il poliziotto sembrava non comprendere proprio. Il seguito fu ancora più sorprendente: “Non le sembro una madre che abbraccia il propro figlio?” Sembrò sul punto di piangere. “No, no… non posso piangere. Questo sì mi darebbe tanto dolore, perché una madre non piange per il proprio figlio, lo aiuta… semplicemente lo aiuta…” Ansimò. E la gola si scosse di mille spaventose vene, gonfie ormai solo delle ultime parole che l’uomo non avrebbe mai rinunciato di pronunciare. Se possibile, anche dopo la propria morte.

“Cerchi di non sforzarsi.” Bonaloni non riusciva proprio a dire altro, una volta capito che mai avrebbe saputo da quell’uomo chi lo avesse così ridotto. Non riuscì neanche a farsi rivelare l’identità. Stavolta non per scelta precisa di quell’uomo; probabilmente solo per la sua disperata necessità di non sprecare fiato: aveva ancora da dire qualcosa e l’inutile non era proprio contemplato tra questo. Di nuovo un interminabile “Ahaaaaaaaaaaaaaaaa” dolorosissimo e dal suono stridente, fastidioso per chi lo stava ascoltando.

Quasi fosse il rumore di una frenata definitiva. “Non importa sapere come mi chiamo né cosa facessi nella vita, quanti anni posso avere, se ho fatto del bene o del male, o più l’uno o più l’altro… Sono solo l’uomo che muore!” Lo rimarcò con tono di voce leggermente più alto, quasi lo affermasse con orgoglio. Bonaloni cercò di rassicurarlo che non era poi così scontato che dovesse morire in così breve tempo. La più sciocca e anche la meno pietosa delle bugie.

Cercò di rimediare chiedendogli chi avesse potuto avvertire: la moglie, un figlio… Bonaloni si illuminò. “Un figlio. Magari proprio quel giovane che al fiume mi gridava di salvare il padre e ora questo poveraccio in fin di vita che non ha altro pensiero che quello di abbracciarlo proprio come sa fare una madre pietosa che vuole proteggerlo… Non può essere che così: vuole proteggerlo!”. Scelse però di restare in silenzio. Del resto, non poteva esserci altra spiegazione su come le cose fossero andate. Sul perché, ci sarebbe stato da lavorare a lungo. Sperando che quel ragazzo con cui aveva avuto il fugace incontro sul Velino non avesse trovato una maniera “meno fredda” per farla finita. “In fondo – pensò Bonaloni – non è che uccidere un padre, e in queso modo poi, possa mandarti in giro senza rimorsi… Accidenti, che storiaccia”.

Tecnicamente Bonaloni non si era distratto. Aveva solo tirato le fila logiche di quello che poteva essere accaduto. Ma tanto era bastato perché non si accorgesse che quel padre morente avesse cambiato posizione. Per modificarla gli era bastato congiungere i piedi uno sopra l’altro e allargare le braccia, come fosse in croce. I palmi delle mani tremavano da far paura. L’unica cosa che si muovesse in quel corpo ormai stremato, ferita a parte che sembrava avere una vita (e una morte) tutta sua. Un nuovo lunghissimo respiro, ormai più simile a un rantolo sempre più doloroso, preannunciò a Bonaloni che qualcos’altro, quell’uomo, stesse per aggiungere.   

“Gesù Cristo…” Il maresciallo credette che stesse pregando. Si sbagliò ancora. Se ne accorse qualche istante dopo, quando recuperato da chissà dove altro fiato, l’uomo precisò di essere. “Il padre… sono il padre – tossicchiò ancora – su questa croce… di erba e papaveri… sono il padre che si sacrifica, ma non per tutti… sono l’uomo che muore… per suo figlio!” Un ultimo respiro di fierezza ne interruppe la vita. Il volto rasserenato dall’amore infinito. Tale da non conoscere più torto o ingiustizia, neanche se costretto all’estremo sacrificio.

Bonaloni ne ammirò la forza e il coraggio. Certo, avrebbe dovuto ugualmente fare il proprio dovere da poliziotto. Capire se tutto fosse realmente andato come lui aveva immaginato. Soprattutto sentiva l’urgenza di salvare quel ragazzo, pur protetto dal più disperato e vero degli amori possibili su questa terra. Insieme materno e paterno. Senza ripensamenti, ricolmo del perdono più grande.

Il maresciallo non si rallegrò per nulla con se stesso. Non ne aveva motivo. Era stato per lui davvero naturale non dire nulla a quell’uomo morente. Neanche fargli intuire che fosse così vicino alla verità. Che probabilmente ne fosse in pieno possesso. Non per un estremo gesto di pietà. Gli era sembrato solo giusto. Farsi dire, e mai glielo avrebbe confessato, il nome del suo assassino non avrebbe aggiunto alcun valore a quell’indagine, mai di soluzione così quanto maledettamente difficile nella sua ricostruzione e spiegazione.

E come in tutte le indagini, si era solo all’inizio. Bonaloni avrebbe voluto essere alla fine. Di sicuro, non avrebbe provato soddisfazione alcuna a consegnare il colpevole alla giustizia. Anzi, stranamente non lo sentiva neanche così “colpevole”. Un giudizio, di sicuro, che non sarebbe spettato a un maresciallo di Pubblica Sicurezza “in pieno e coscienzioso servizio”.  Ma a un pescatore sì. Di uomini. Proprio così, di uomini. Per quanto dilettante e pasticcione potesse essere. Non gli sembrò in fondo un paragone così irriguardoso. L’uomo che muore glielo aveva appena insegnato.

Paolo Rotilio

 

2018-07-18T00:17:32+00:0012 luglio 2017|Categories: News|

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