“La notte in cui morì Nero Wolfe”, un estratto del romanzo di Paolo Rotilio

//“La notte in cui morì Nero Wolfe”, un estratto del romanzo di Paolo Rotilio

“La notte in cui morì Nero Wolfe”, un estratto del romanzo di Paolo Rotilio

Un estratto de La notte in cui morì Nero Wolfe, tratto dal terzo capitolo del romanzo scritto da Paolo Rotilio, che è possibile acquistare direttamente dal nostro sito http://www.funamboloedizioni.net/prodotto/la-notte-in-cui-mori-nero-wolfe/ con lo sconto del 15% e spese di spedizione gratuite, oppure ordinabile in ogni libreria, su Amazon e IBS.

[…] «Turnover, please.»

Come di consueto, né il brigadiere D’Antonio né la guardia semplice Angelucci avevano compreso per intero l’inglesizzazione, una delle tante, di Giuseppe De Santis, ormai prossimo al raggiungimento del grado di appuntato. Bastò, però, che avessero compreso la metà esatta della prima parola, turn, per intuire che era giunta mezzanotte, l’ora della consegna del Corpo di Guardia della Questura di Rieti alla nuova squadra montante.

«Il tempo di sistemare queste poche scartoffie e di firmare il verbale e vengo anch’io» disse D’Antonio rivolgendosi proprio a De Santis, con cui condivideva, oltre alla professione, anche la vicinanza di abitazione. Quindi, come accadeva specie per i turni serali e notturni, si sarebbero incamminati insieme verso le rispettive case, separate da non più di una trentina di metri.

Bastava percorrere via Garibaldi, quindi imboccare quella via delle Stelle che di notte, chissà se per favorirne una visione più luminosa, il Comune lasciava al buio. Per i primi cinquanta metri i due questurini non rivolsero l’uno all’altro alcuna parola. Poi De Santis tornò sull’argomento che aveva animato la serata: il concorso gastronomico. Di altro non c’era da dialogare perché, nel pieno rispetto delle regole ormai consolidate in quella città, non era giunta in Questura neanche una telefonata e neanche una segnalazione, fosse stata anche di un bambino più “cattivo” del consueto. Miseramente scomparse anche le disavventure brilliche di Tullio, comunque trascritto, sempre per fredde ragioni di statistica, sul brogliaccio della sera.

«Sinceramente, brigadiè, io, di quegli ingredienti, me ne ricordo a malapena tre o quattro, acqua a parte!»

«Non ti preoccupare, la cucina è una passione. Non tutti ce l’hanno o la coltivano. L’importante è avere sempre interessi, altrimenti la vita finisce per scorrerti sopra inutilmente!» Comprese però che al quasi appuntato piacesse comunque mangiare bene e ritenne opportuno rassicurarlo su un prossimo invito a cena a casa sua, extra gara, e in un successivo momento, due-tre settimane più in là, così da non poter dare adito a contestazioni concorsuali o a inesistenti ipotesi di favoritismo. Un pericolo che non sarebbe stato neanche da prendere in considerazione visto che, nel tempo utile alla risposta al quiz, nessuno dei presenti aveva azzeccato gli ingredienti: il maresciallo Bonaloni per un soffio; gli altri due per manifesta ignoranza e anche scarsa memoria dato che non avevano saputo fare tesoro neanche della risposte azzeccate del superiore, ripetendole tutte per poi affidarsi alla fortuna per indovinare l’ultimo componente della salsa.

Come di consueto, la curva tra via Garibaldi e via delle Stelle la imboccarono di buon passo, ognuno con il proprio piede destro trasformato in opportuno polo di rotazione per il mantenimento dell’equilibrio svoltatorio e per favorire la pronta riaccelerazione rettilinea. Manco a dirlo, in via delle Stelle non si vedeva nulla. Continuarono a camminare di buon passo, entrambi soddisfatti anche dalla sempre più vicina prospettiva di mettersi al calduccio tra le mura domestiche.

A De Santis era però venuto in mente di filosofeggiare, seppure in maniera del tutto scolastica. Esordì con l’elementare «un che bello vivere la notte!» che sorprese D’Antonio, al riguardo un po’ più esperto in materia di ore piccole, sia per lontani turni 24-6 allo Zuccherificio, sia per un meno distante fidanzamento con una ballerina di night durante il suo svezzamento (poliziesco e non) romano, che lo aveva costretto ad alzatacce anche quando non era di turno.

«Una stronzata! La notte non si vive, si percorre» rispose con assoluta sicurezza il brigadiere «dai retta a me. È solo un’illusione quella di pensare che questo – indicò il buio circostante – dia maggiore vitalità o senso di onnipotenza. La realtà è che lo stiamo solo attraversando, in un cammino per di più particolare perché ci costringe a stare sempre all’erta, anche al minimo movimento intorno a noi, di quelli a cui di giorno neanche faremmo caso. Ad esempio, sempre di giorno, calcoleremmo in pochi secondi il tempo per raggiungere la panchina più vicina dove sederci. Di notte no.  Misuriamo i centimetri che ci separano da essa ritenendola, infine, un approdo relativamente sicuro nell’oscurità! Più che a ore, io valuterei l’intera notte a metri. Decine, centinaia di metri. Più ne percorriamo, maggior spazio le avremo sottratto, e ovviamente essa lo farà nei nostri confronti, in termini stavolta sì di vita in meno da campare! Il tempo nella sua lunghezza. Ecco cos’è la notte. Un oscuro sistema metrico decimale!» Volle strafare: «Credimi! È solo un percorso, per di più accelerato, da fare prima possibile! E sempre che non vi siano ostacoli imprevisti a mettersi di mezzo.»

Già, gli ostacoli. Imprevedibili e impossibili da vedere. La sorte, quasi a volergli dare ragione, gliene mise proprio sotto i piedi uno bello grosso e del tutto inimmaginabile. Anche generoso, perché permise al suo piede destro, ormai sempre più spedito, di infilarcisi senza alcuna difficoltà, così da formare una perfetta leva che lo proiettò in una rovinosa caduta in avanti. Né De Santis ebbe il minimo tempo di reazione per poter fare qualcosa che lo aiutasse a restare in piedi.

Appunto, il quasi appuntato. Non fu accomunato dalla stessa sorte cadente. Camminava sì al fianco del brigadiere, ma separato da una ventina di centimetri e riuscì a evitare per puro caso l’ostacolo principale, ma non quello di minor volume finito proprio sotto i suoi piedi e che con un’involontaria pedata spedì distante di qualche metro. Il rumore caratteristico gli fece comprendere che aveva appioppato un calcio a un semplice bicchiere, facendolo così rotolare lungo la lievissima pendenza di via delle Stelle. Un incidente del tutto irrilevante o almeno come appariva in quel momento.

Ben più urgente era portare soccorso a D’Antonio che, da disteso, si era ora elevato allo stato del carponi, preoccupandosi solo di massaggiarsi i preziosi mustacchi, spruzzati del suo sangue fuoriuscito dopo la nasata data sull’asfalto irregolare del vicolo. Pur privilegiando il rosso, per naturale nascita e simbologia varia, sembrò però contrariato di doverne versare così tanto. Riuscì comunque a riacquistare, con l’aiuto di De Santis, una posizione che poteva definirsi dignitosamente eretta, se non fosse stato per una evidente inclinazione alla quale lo costringeva il dolore alle costole, altra conseguenza dello spettacolare volo.

Da buon poliziotto, spostando il massaggio dai baffi a entrambe le ginocchia uscite anch’esse malconce dall’impatto, la sua prima preoccupazione fu di scoprire la natura dell’ostacolo. Era distante un paio di metri da loro e sembrava sempre ben fermo a terra. Fu De Santis a iniziare l’indagine, ritrovandosi a palpare con le proprie mani un paio di scarpe. Non potevano esserci dubbi e lo sforzo cui costrinse gli occhi gli diede maggior certezza. Erano proprio scarpe! E a esse, proseguendo verso l’alto, erano ben attaccate gambe e tutto il resto.

«La testa!» gridò impaurito D’Antonio, che aveva da parte sua iniziato la ricognizione dall’altro lato del corpo. «Ho tra le mani una testa!» fino a che scendendo sul collo concluse con sicurezza che «questo qui è bello che morto!»

Come, lo scoprirono qualche istante dopo. Per la precisione fu ancora D’Antonio, imbrattandosi completamente le mani di sangue ancora fresco, a capire che non fosse deceduto di morte naturale. «Qui sulla schiena – il corpo era infatti rivolto a terra a faccia in giù – c’è un gran buco… gli hanno sparato!»

«A Rieti? Hanno sparato a qualcuno a Rieti?!» Lo stupore di De Santis fu genuino. A D’Antonio sembrò inopportuno. I due, non fumando, non avevano con sé neanche il più misero dei prosperi per fare luce. Dovevano quindi arrangiarsi a tastare al buio e dedurre.

«Ha i capelli rasati alla tedesca! Pizzicano!» esclamò il brigadiere.

«Mi sembra che abbia una corporatura robusta» aggiunse De Santis, certo anche di poter trarre la conclusione che indossasse un completo. «Un fresco lana e queste piccole sovrapposizioni mi sembrano righine. Magari era un bel gessato.»

In altri momenti si sarebbe anche sentito orgoglioso, e con lui D’Antonio, per i risultati che stavano emergendo da quell’indagine alla cieca, se non fosse stato assalito da un improvviso e terrificante presentimento. […]

2017-01-05T11:21:25+00:005 gennaio 2017|Categories: News|

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